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UN GRANDE AFFRESCO PADANO

di Andrea Rognoni

Bacchelli, maestro indiscusso di padanità. Il suo grande affresco padano, quel Mulino del Po, che rimane il più profondo e appassionato omaggio alla civiltà del grande fiume, andrebbe riletto continuamente da tutti quelli che, al Nord, hanno a cuore la loro identità e la loro terra e proposto finalmente come lettura scolastica nelle scuole superiori, a  complemento dei Promessi sposi, come esempio tra l’altro di stile ed espressività, secondo quel modello di lingua italiana dall’inconfondibile impronta toscopadana che viene ammirata dal mondo intero.

Riccardo Bacchelli, bolognese di nascita, ma profondo conoscitore di molte aree padane, da lui direttamente frequentate e analizzate attraverso studi d’archivio, pensò bene, negli anni trenta ( dopo aver pubbicato già interessanti romanzi storici ambientati nel Norditalia come “Il diavolo al Pontelungo” e “La congiura di don Giulio d’Este”) di raccontare cento anni di storia del ferrarese ( grosso modo, l’intero Ottocento) attraverso la saga della famiglia Scacerni, indaffarata nelle sue generazioni a gestire un Mulino, quello della Guarda, dieci chilometri ad est del principale ponte sul fiume stesso tra Emilia e Veneto, dall’importanza strategica non solo sul piano economico ma anche in senso geopolitico. La posizione del Mulino non è affatto irrilevante, proprio perchè simboleggia, tra le altre cose, l’unione tra le terre padane dal punto di vista dell’agricoltura, della produttività e del commercio, ritratto in un epoca in cui gli stati dividevano apparentemente le nostre terre ma in realtà le salvaguardavano dal cappio del centralismo romano. In altre parole attraverso i traffici di quel mulino ( e i guai della povera piccola dinastia di mugnai) comunicavano tra di loro lingue sorelle, stili di vita che si riconoscevano simili e vedevano nel Po lo specchio idrico ed energetico del loro idem sentire.

La struttura narrativa del capolavoro bacchelliano risulta estremamente interessante nella sua impostazione simmetrica: Alfa ed Omega del testo sono rappresentati da due episodi di guerra, lontani dalla zona del Mulino, il primo in Russia, sul Vop, durante la campagna napoleonica e il secondo sul Piave, protagonisti il fondatore e l’ultimo superstite della dinastia dei mugnai. Si tratta di una comparazione di altri due fiumi importanti che segnano il destino degli Scacerni al pari del Po e al tempo stesso segnano il confine di due realtà, rispettivamente l’Italia e l’Europa, che hanno segnato in qualche modo la maledizione del Mulino stesso.

Le pagina più belle del Mulino del Po sono quelle dedicate alla prima parte dell’ottocento , protagonista assoluto Lazzaro primo, una figura tra le più riuscite della storia della letteratura di tutti i tempi. 

Lazzaro emerge da un passato di nebbie e sofferenze, maturate in quel Polesine natìo che non a caso tornerà nel secondo Novecento a far parlare di sè in termini di straripanti alluvioni. Terra di povertà e di amore, da sempre cuore profondo della padanità orientale. Arriva clandestino a Ferrara, la Ferrara estense e giudaica , la Ferrara del papa, la Ferrara delle insorgenze. Si fa dare dal Raguseo, altro personag gio-chiave del libro, la somma corrispondente al cosiddetto Tesoro della Madonna di Spagna, ricevuto in guerra da capitan Mazzacurati. Striscia, gravato da vergogna e paura, nelle campagne attorno alla città , quelle campagne, racconta Maestro Riccar do, che avevano visto la presenza inquieta, durante il rinascimento alchemico ed esoterico, del diavolo detto Urlon del Barco, protettore del mago mantovano Cozzini, profeta di sventura per Ferrara stessa. Tornato sul Po a lavorare presso il buon vecchio  Subbia, si fa dare da questi  il materiale per costruire il Mulino della Guarda , tra mille incertezze  e mille nemici.

La storia della gestione famigliare del Mulino, affascinante per la complessità dei motivi che ruotano attorno...a quella ruota (non è un gioco di parole: dal contrabbando all’onestà professionale, dal rapporto tra padrone ed operai alla progressiva affermazione popolare) viene interrotta  periodicamente dalla straordinaria cronaca delle vicende storico-politiche del contado ferrarese, con una capacità, tutta bacchelliana, di entrare nell’anima dei personaggi realmente vissuti al tempo, di coglierne le segrete contraddizioni,  di vederne riflesse le opposte ideologie, soprattutto quella cristiano-tradizionale e quella che il nostro chiama “libertina”, ispirata cioè al giacobinismo e all’anticlericalismo.

Le pagine che descrivono l’amore dell’ormai quarantenne Lazzaro per la giovanissima Dosolina costituiscono una straordinaria fonte di educazione sentimentale e al tempo stesso un esempio di sublime poesia. La lezione manzoniana viene qui rilanciata in chiave di analisi psicologica più libera e moderna, che riesce a stabilire esemplari classificazioni di tutte le sfumature dei sentimenti umani. Dosolina appare antitetica , nella sua purezza contadina, alla figura della sorella, Argia Malvegoli, scaltra mondana d’alto bordo, amante dei lussi e degli intrighi della città . L’abilità di Bacchelli nel ritrarre l’animo femminile viene poi confermata dalla narrazione della gioventù di Cecilia Rei, l’orfanella che Lazzaro educherà alla traversìa tecnica ed esistenziale del Mulino, permettendo il rilancio della struttura idrica dopo una breve crisi. 

I dubbi del Lazzarino, la Rotta del Po, la tragica fine del Mulino, la politicizzazione delle campagne successiva all’Unità d’Italia: ecco gli altri passaggi epocali del libro.

Un affresco poderoso, continuamente in bilico tra pubblico e privato, un omaggio inimitato ai valori tipici della padanità.

STILE E PASSI SIGNIFICATIVI DEL MULINO DEL PO 

di Andrea Rognoni

Il capolavoro bacchelliano si fa ammirare anche per uno stile davvero stimolante e fluente, capace di trattenere il lettore sulla pagina anche nelle lunghe disquisizioni sulla storia emiliana. Lo scrittore bolognese è davvero un maestro nell’impostare il periodo, giovandosi della scuola  rondiana del primo novecento e non dimenticando mai possibili innesti della parlata bolognese e ferrarese (con citazioni di proverbi e frasi idiomatiche) all’interno del fraseggiare di ascendenza toscana. L’aggettivazione è così ricca, la modulazione del discorso dei protagonisti così adeguata alla rispettiva psicologia, la descrizione dei paesaggi così esaustiva nel suo pacato spirito naturalisti co che alla fine, dopo  circa duemila pagine di narrazione, spiace staccarsi dal roman zo, congedarsi dal padanissimo mondo presentatoci dall’autore, quasi avessimo finito per immedesimarci nel suo animo e nei sospiri appassionati ed al tempo stesso riflessi vi ed arguti che il suo animo riversa con sottigliezza e sapienza nella storia delle terre bagnate dal Po.

Assolutamente inimitabile la presentazione dello stretto rapporto esistente tra mulino e mugnaio, in un immagine che ricorda il concetto di uomo-macchina del pensiero settecentesco: “A lui piaceva d’ascoltare le caviglie del fuso girar lisce ed unte nelle orlette e i pali nell’azzalino e dentro il bossolo; le macine volger in tondo fervide e facili, equilibrate in ala ed in bocca; i denti dei lubecchi ingranare nei fuselli, crocchiando gagliardamente; l’ingordo sciaguattare delle pale, lo scroscio con cui emergevano grondando, e lo stillicidio dal colmo.” I perfetti termini tecnici non stordiscono il lettore, perchè Bacchelli riesce a dare ad ogni movimento una sorta di umano respiro e di animata determinazione.  Ma ricchissimo risulta anche l’uso degli aggettivi per le persone, ad esempio per le ragazze ferrarresi dedite ai piaceri di Venere col protagonista stesso: “Gli piacevano quelle belle stature...e le reni falcate  e ribelli, e i ventri esigui tra l’anche doviziose. Virtuose, le lasciava in pace; ma se ne incontrava di quelle che senz’esserlo facevan le difficili e le rare, gli piaceva di persuaderle al peccato...: ragazze sbrigliate e troppo ardite; troppo prudenti comari.....e ce n’eran d’indiscrete, che mandavano al mulino carichi esorbitanti.”

Si tratta come vedete di una gamma fastosa di temperamenti femminili, di cui lo

scrittore coglie le debolezze con una malizia che non assume mai i toni della volgarità, anzi svela con sottile pietas quel fondo d’ingenuità che alberga nell’animo umano.

Interessantissima la descrizione della vita quotidiana dei paesi della Bassa , in cui arrivavano tra l’altro dei personaggi appartenenti ad altre regioni padane, immortalati con estrema efficacia nel loro cantilenare dialettale: “ Mi pare fa’l moleta, mi fago’l moletin; quand sarà mort me pare, farò ‘l moleta mi; e sin e son e san, l’è un bon mistier in man.” Così l’arrotino trentino non rimane avulso dal paesaggio umano del Po, ne diventa attore e complice. 

Altre volte, nei dialoghi, si stagliano battute dilettali emiliane come “sacramestul”,

espressione ferrarese che riecheggia altre molto simili di Lombardia e Veneto. Numerosi sono poi i riferimenti a filastrocche e aforismi del luogo, relativi ai vari passaggi climatici e stagionali, rapportati alle esigenze dell’agricoltura e della caccia.

ecco ad esempio il commento popolare sull’inizio dell'inverno (prima parte, capito lo quinto): “Par sant’Andrè ( 30 novembre), ciappa ‘l busgat pr’al piè.” ( per sant’Andrea , piglia il porco per il piede). Numerose le litanìe dedicate alla città di Ferrara, vista sempre dal Nostro come fucina di una grande civiltà nata da un forte spirito di comunità, tipico della tradizione emiliana; così nel capitolo terzo troviamo “Tri putin sott’una scrana, din don - campanon; la campana d’fra’ Simon la cantava nott e dì”.

La descrizione fisica e comportamentale dei personaggi principali rimane a tutt’oggi una lezione di stile. Inevitabile citare quella della moglie di  Lazzaro primo:

“Era una gentile e delicata bellezza: una persona minuta, di squisita perfezione, che se l’avesser fatta al tornio non sarebbe riuscita meglio. I capelli, a scioglierli dalle treccioline strette, avrebbero spazzato in terra, copiosi e finissimi: una fastosa meraviglia, un oro profuso, lumeggiato ed ingentilito da una  dolcezza di riflessi perlacei. Il volto era di bimba giudiziosa e già dolorosa, se non che gli occhi ridevano alla vita.” Rispetto al classicismo manzoniano per Lucia,  Dosolina sembra una pagina d’arte barocca. Ecco poi un’altra figura femminile, la Lantision, amica di Berta Scacerni, nell’ultima parte del romanzo, ritratta nelle sue ansie interiori: “era superbiosa ed amara, sicchè non le bastava d’aver incantato la famiglia e sua madre....fin da piccola aveva provato gusto a far la mezzana dei peccati altrui..”

Bacchelli riesce sempre a renderci con immediatezza la personalità di cui si accinge a narrare le scelte di vita, facendo però gustare al lettore luci ed ombre, coazioni a ripetere che la sua spietatezza di psicologo denuncia come decisive.

Un accenno infine alle idee politiche del Nostro. Riccardo Bacchelli è figlio di un tipo di educazione al nazionalismo italiano che non avrebbe potuto, nella prima parte del novecento, lasciare spazio ad ispirazioni di ispirazione federalistica ed autonomistica. Tuttavia la cronaca delle vicende padane risulta quanto mai obiettiva e la profonda conoscenza della vita sociale e della complessità del caso italiano permette al Nostro di far dire, nientepopodimeno che dalle labbra del protagonista, Lazzaro Scacerni, delle parole quanto mai profetiche, proprio perchè proferite nel momento culminante del processo risorgimentale: “Che cos’è st’Italia? Chi ne sa niente? Chi l’ha mai vista? e cosa vuol dire unita?........E’ come quel mulino a vapore, che volevate metter su per rovinarci noialtri mugnai!” Sulla solarità delle acque padane cala quindi un’ombra durante tutto il romanzo: quello di una nazione che , pur coniugando popoli fratelli, volle ergersi sulla base del principio assurdo del centrali smo e affossare in nome del progresso quelle piccole patrie che permettevano a tutti, padani e non, di vivere nella pace, nella dignitosa sussistenza, e nella fiera e felice coscienza della propria identità.

Omaggio a Riccardo Bacchelli del Dr. Antonio Zucchetti medico primario presso la clinica Zucchi di Monza dove si spense Riccardo Bacchelli all'età di 94 anni il giorno 8 Ottobre del 1985

L'ultima poesia

Quel mattino d'ottobre mi hai sorpreso

vecchio scrittore cieco, abbandonato

da quanti ti esaltavano in passato

quand'eri sano, forte, ancor famoso.

In quella bianca stanza d'ospedale

ti congedavi piano dalla vita,

e con un fil di voce domandavi

se c'era il sole o era nuvoloso.

Risposi che pioveva, ed un sorriso

fugacemente apparso sul tuo viso,

bisbigliava morendo l'ultima poesia:

"saran felici i contadini, finalmente".

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Ultimo aggiornamento: 20-11-10