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Vincenzo Cardarelli in una "Lettera ad un vecchio amico"
Pubblicata su "La fiera letteraria" del 26 febbraio 1950 - in un numero dedicato a Bacchelli - ricordando il momento rondista scrive: "Non ti sarò mai abbastanza grato, caro Bacchelli, per la fedeltà dimostrata alle idee della "Ronda" in quei quattro anni che fummo occupati a far valere un principio letterario ben altrimenti rigoroso di quello che s' era professato fino ad allora nelle cosiddette riviste d'avanguardia. La "Ronda" fu, per intenderci, il risultato del nostro incontro...Tu non potevi essere il direttore e nemmeno colui che la ideò ma piuttosto il collaboratore più convinto, più fecondo e più valoroso".
Dall'introduzione a "Il mulino del Po" di Indro Montanelli
Risale all'immediato anteguerra, quando poco più che ragazzo approdai a Milano e venni accolto in Bagutta. A farmi assegnare un posto al tavolo degli artisti fu Adolfo Franci, che vi godeva un prestigio direttamente proporzionale all'ammontare dei conti non pagati. Non era un posto fisso. Come tutti gli altri anch'io occupavo quello che trovavo libero lì per lì, ora di fronte a Mazzolani, ora fra il Vellani marchi e Novello, ora fra il Vergani e Radice. Ma ce n'era uno, al centro, che restava sempre vuoto, e che ciononostante faceva da perno della conversazione perchè tutti ad esso si rivolgevano come a sollecitarne i consensi. Era il posto riservato a Bacchelli, la cui autorità, evidentemente, si esercitava anche in contumacia. Quando tutti se n'erano andati ed io restavo solo con Franci, i cui pasti non duravano mai meno di quattr'ore, m'accorgevo che Franci era rimasto solo con l'ombra di Bacchelli, e con essa parlava, non con me. Sebbene i libri che avevo letto di lui - Il Diavolo al Pontelungo e Lo sa il tonno - mi avessero profondamente colpito, cominciai ad odiare quell'ingombrante personaggio, che seguitava a non farsi vedere. Poi venne la guerra, il giornale mi spedì prima in Germania, poi in Polonia, poi nei Paesi baltici, infine in Finlandia. Una sera, dopo che gli avevo dettato la quotidiana corrispondenza, lo stenografo mi disse di restare all'apparecchio perchè c'era Franci che voleva parlarmi. Ne fui sbalordito perchè Franci odiava il telefono, e tutto ciò che non poteva dire a voce lo scriveva, anche a costo di violentare la sua leggendaria pigrizia. "Voglio che tu lo sappia subito - mi urlò nel ricevitore - , della posta non c'è da fidarsi, chissà una lettera quanto ci metterebbe... Mi senti ?... Mi senti bene ?...Stamani Bacchelli in piena Bagutta ha detto che i tuoi articoli sono quanto di meglio si possa leggere sul giornale di questi tempi. Proprio così, sono le sue parole ! Mi senti ?.. Mi senti bene? ...Quanto-di-meglio-si-possa-leggere-sui-giornali-di questi-tempi." E riattaccò. Quella notte non dormii. Non è che non potessi, non volevo dormire, per rivivere la scena di Bagutta. Bacchelli entra, la conversazione tace mentre lui prende posto al centro del tavolo, e riattacca sui toni smorzati per non turbare le sue meditazioni sulla lista dei cibi. E' un momento importante, per Bacchelli, che gode di un appetito in proporzione alla sua berniniana corporatura. Ha infilato il monocolo e non ha assunto un'aria grave per il semplice motivo che quella non l'abbandiona mai. Si consulta con Enzo, il padrone, sull'attenti di fronte a lui. Suspense generale. Franci forse offre una consulenza che Bacchelli rifiuta perchè, sebbene entrambi robuste forchette, lo sono però in maniera diversa: Franci da Toscano all'olio, Bacchelli da Bolognese al burro. Finalmente l'ordinativo: per cominciare, prosciutto e salame, poi lasagne, poi rognone, poi si vedrà. ra il cicaleccio riprende, ma più smorzato e intervallato , per lasciare a Bacchelli il destro d'interloquirvi quando vuole con qualcune di quelle sue memorabili battute che, secondo i casi, briciano o raggelano l'udienza. Chissà com'è girato il discorso per approdare a me. Probabilmente la guerra, ch'è l'argomento del giorno, sebbene l'Italia non ci sia ancora entrata; e dalla guerra alla Finlandia che ne rappresenta l'episodio più attuale e drammatico, il passo è corto. E a questo punto Bacchelli dice ciò che ha detto. O forse no. A questo punto qualcuno dice il contrario: che le mie corrispondenze son debolucce, non danno il quadro, non "rendono" l'atmosfera. Ed è qui che Bacchelli interviene. Non picchia il pugno sul tavolo, non alza la voce: non ne ha bisogno. Pacate ma ferme, le sue parole risuonano come un verdetto senza appello riducendo al silenzio il denigratore. E ora rimbalzeranno dovunque, nei caffè, nei salotti, nelle redazioni dei giornali, creandovi il fatto compiuto. Lo conobbi al ritorno, ed era la vigilia del nostro intervento. Tenevo i gomiti un pò divaricati dai fianchi per essere pronto a ricambiare il suo abbraccio. Mi tese la mano con degnazione, fulminandomi appena con un lampo del monocolo, e seguitò a mangiare. Per quanto sedessi proprio di fronte a lui, per tutto il pasto non mi rivolse la parola. Ma quando, affranto dalla delusione, feci il gesto d'alzarmi, con un altro gesto mi pregò, anzi m'ingiunse di restare. E dopo che Franci ebbe finito di scolare il primo dei suoi due quotidiani fiaschi di Chianti, c'invitò entrambi ad accompagnarlo nella sua passeggiata digestiva. Camminava lentissimo, ogni poco fermandosi appoggiato al bastone, e d'improvviso era diventato una cateratta: ne diceva una sull'altra taglienti, cattive, sempre a bersaglio. Ai miei articoli nessuna allusione come se li avesse dimenticati, anzi non li avesse mai letti. Ma io me ne sentivo ugualmente premiato da quel girovagare con bacchelli così, per strada, sotto gli occhi di tutta Milano. Come sarebbe andata a finire la guerra, per l'Italia, non lo sapevo. Sapevo solo che io la mia l'avevo vinta. Da allora un bel mucchio di anni è trascorso, e con Bacchelli mi sono incontrato varie volte. Ma le uniche distanze che si sono accorciate tra lui e me sono quelle anagrafiche: il ventennio o giù di lì che separa la sua generazione dalla mia è molto più corto di quello che separa la mia da chi ci segue. Eppure, bacchelli, seguita ad essere per me qualcosa di mezzo fra l'anenato, il patriarca, il Sag Giovanni Battista e la Corte di Cassazione. Non tutto di lui i piace. E di quello che mi piace, non tutto mi piace senza dispetto. Il mulino del Po, di cui possiedo le due edizioni - quella di Garzanti e quella di Mondadori - ne recano le tracce in alcune pagine gualite e in altre sfregiate da segni di matita. Forse cado in eresia, ma il tono predicatorio di certi suoi personaggi mi manda in bestia anche quando serve a sottolineare il voluto grottesco: come per esempio quella Lupacchioli che non riesce nemmeno a regalare un pezzo di pane ad un'affamata senza farci sopra un comizio. E' vero che Bacchelli proprio a questo mira: a farmela odiare, perchè l'odia anche lui, sempre pronto a sfruttare ogni occasione per battere in breccia i furori ideologici quali che siano. Ma l'intimodazione non l'accetto, come non accettavo quella che ch'egli esercitava sui commensali di Bagutta, anche quando non c'era. Infatti quel lbro non l'ho mai letto di seguito, da capo a fondo. E non perchè mi manchi il fiato, sebbene ce ne voglia una bella riserva; ma perchè regolarmente urto in qualche passaggio che mi fa da respingente. E allora lo butto via, per riprenderlo l'indomani più a monte o più a valle, sicchè ci sono dei capitoli che ignoro ed altri che so a memoria. ma lo riprendevo sempre e tuttora seguito a riprenderlo, magari contraggenio, magari con intenzioni polemiche. Tutto sommato, non riesco a perdonarmi l'ammirazione per Bacchelli. Questo bolognese dal lungo fraseggiato e dalla parola rotonda è la negazione dei miei asciutti modelli toscani. la sua muscolosità mi fa sentire rachitico. I suoi grandi spazi mi danno l'agorafobia. Abituato alle nervose serpentine e ai cangevoli umori dell'Arno - questo torrente che usurpa la qualifica di fiume - , tra i flutti del suo lutulento e maestoso Po, avverto le angosce del naufrago. Riconosco in lui un Manzoni, ma senza la pietà, ch'era il meglio di Manzoni. Da buno scolaro, anzi scolaretto di Voltaire, rifiuto il suo antilluminismo. Alla vastità e ridondanza dei suoi sfondi, all'insistenza del suo scalpello, alla sommarietà e qualche volta alla brutalità dei suoi chiaroscuri, mi ribello come ad altrettanti soprusi. Eppure, non riesco mai a restare a lungo lontano dai suoi mulini e ogni poco ci torno come a ricercarvi il senso della mia stessa vita. Ce la ritrovo tutta, sebbene si sia svolta in un paesaggio tanto diverso, più mosso e tagliente ed arguto, di questo greve, immobile e massiccio della Padania.Tutta, sebbene Bacchelli mi ci accolga a muso arcigno, tendendomi appena la mano come la prima volta che lo incontrai, e subito mi avverata che la vita di senso non ne ha. E' un pezzo che non lo incontro. Anche in Bagutta non lo si vede quasi mai, se non nell'affresco in cui Vellani Marchi lo ha ritratto a tutto tondo (è il caso di dirlo). Ma il suo posto al centro del tavolo c'è ancora e, sebbene dei vecchi frequentatori non sia rimasto quasi più nessuno, neanche tra i nuovi c'è chi ardisce occuparlo. Alla crisi d'autorità che investe tutto, anche lo Stato, anche la Chiesa, Bacchelli è l'unica eccezione. Indro Montanelli
Così ricordo Bacchelli di Nino Ravenna da un articolo apparso su "Il Cittadino" il 12 maggio 1992 Il 12 aprile scorso l'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere di Milano ha celebrato il centanario della nascita di Riccardo Bacchelli presso il salone napoleonico del Palazzo di Brera. Molto interessanti sono stati gli interventi di Carlo Bo, Gianandrea Gavazzeni, Mario Soldati e Guido Bezzola, cha hanno ricordato l'amico e il maestro scomparso nel 1986 all'età di 94 anni. Chi scrive ha avuto la ventura di intrattenere con il celebre autore de Il Mulino del Po un lungo sodalizio propiziato dalle "revisioni" che bisognava eseguire per l'edizione definitiva della sua "opera omnia" presso Mondadori. Per 3 anni consecutivi (1958-61), ogni mercoledì pomeriggio, mi recavo nella sua casa di via Borgonuovo a Milano accolto dal fedele maggiordomo in livrea che mi introduceva nello studio del maestro, zeppo all'inverosimile d libri e di giornali in precario equilibrio su tavoli e sedie. Seduto alla sua scrivania, avvolto nella sua splendida vestaglia di seta, Bacchelli deponeva la penna nel calamaio, asciugava con la carta assorbente il foglio di protocollo sul quale allineava in bell'ordine una riga dopo l'altra, e faceva l'atto di volersi alzare allungando la mano. Mi sedevo di fronte a lui e deponevo sul tavolo il pacco delle bozze sulle quali avevo annotato tutto ciò che poteva costituire motivi di dubbio su una parola, un avverbio, un plurale o semplicemente una virgola. Bacchelli si soffermava su ogni quesito con la massima attenzione; non dava nulla per scontato ed egli stesso andava a controllare sul dizionario l'esatto significato di una parola "difficile" o la corretta grafia di un plurale. Ma le sue più intense riflessioni si concentravano sulla punteggiatura: l'uso d'una virgola piuttosto di un punto e virgola in un dato contesto era oggetto di lunghi dibattiti che potevano riempire un intero pomeriggio. Leggevo a voce alta la frase in discussione con le varie pause e le riprese di respiro necessarie, e appunto su queste brevissime sospensioni si sviluppava la dsanima dello scrittore. Chi mai si rende conto dell'importanza di una virgola o dei due punti tra una proposizione e l'altra di un periodo che abbia senso compiuto ? Succede a tutti di leggere un brano senza né capo né coda, e ciò è dovuto molto spesso ad una errata punteggiatura o addirittura alla sua totale mancanza. Bacchelli non sopportava, per esempio, quelle stravaganti avanguardie letterarie che spuntano di tanto in tanto riempiendo pagine su pagine senza l'ombra di un'interruzione, d'un "a capo", di un punto fermo. Le "sbrodolate" folcloristiche lasciano il tempo che trovano, diceva, come certa pittura "intellettuale" di giovani arrabbiati. Tra un discorso e l'altro si concedeva una fumatina di sigaretta "costruita" da egli stesso. Sistemava un certa miscela di tabacco su una cartina, , l'avvolgeva, ne umettava il bordo, tranciava i ciuffetti sporgenti ai due lati con una grossa forbice e accendeva l'informe cilindretto con un fiammifero da cucina. Al termine spegneva la cicca nell'acqua di una ciotola che teneva sul tavolo accanto al calamaio. Durante la breve pausa del té delle cinque Bacchelli snocciolava qualche gustoso aneddoto sui critici e letterati dal lui conosciuti negli anni passati, ma non trascurava di chiedere notizie sul mio lavoro e la mia famiglia. Forte di questo suo benevolo interessamento, avvenne un giorno che non potei fare a meno di approfittarne. La Casa editrice dove prestavo servizio (la stessa che pubblicva le opere dello scrittore) aveva deciso di chiudere il reparto dei correttori di bozze mandando a spasso i cinque o sei impiegati, sottoscritto compreso. Le mie frequentazioni di casa Bacchelli, si sarebbero interrotte da un giorno all'altro. Ne parlai con una certa riluttanza con il mio illustre ospite, che senza por tempo in mezzo sollevò la cornetta del telefono, fece il numero della Mondadori e chiese di parlare con lo stesso Arnoldo...I miei colleghi si sistemarono comunque in altre società; io rimasi in via Bianca di Savoia continuando a seguire l'edizione di tutte le sue opere. L'ultima volta che lo vidi fu alla clinica "Città di Milano" ove era stato ricoverato a causa di una malattia inguaribile: la vecchiaia. Seduto su una poltrona, curvo su se stesso quasi a non poter sollevare gli occhi, disse afferrandomi una mano: "Mi dispiace che sia venuto ad assistere allo spettacolo della mia decadenza..." Non ricordo se pronunciai qualche parola di circostanza, ma salutandolo un'ultima volta gli mormorai all'orecchio: "Grazie Bacchelli". Nino Ravenna
Intervista a Riccardo Bacchelli di Luciano Simonelli Milano, 6 Giugno 1979 RICCARDO BACCHELLI SVELA I PICCOLI "Posso dirlo: Dio è vivo" Un profondo senso religioso ha accompagnato per tutta la vita l'autore del «Mulino del Po»: oggi, a ottantotto anni, le sue convinzioni sono profonde. Ecco che cosa pensa del nostro destino di uomini, della giustizia e dei giovani.Il diciannove aprile ha compiuto ottantotto anni e Riccardo Bacchelli è sempre lì, voluminoso, i grandi occhi dietro le spesse lenti, la cravatta a farfalla, la voce profonda che conserva inflessioni bolognesi. Ormai è una vita che abita a Milano, ma l'Emilia ha lasciato un'impronta indelebile. Anche se gli anni frustrano il piacere per la buona tavola costringendolo a un a dieta rigorosa e non lo si vede più al volante della sua Mercedes o a fumare una sigaretta dopo l'altra: ora il medico gliene concede soltanto tre al giorno. Riccardo Bacchelli vive la sua «maturità» conservando tutta la simpatia di sempre. L'autore dii «Il mulino del Po» (la trilogia: «Dio ti salvi», «La miseria viene in barca», «Mondo vecchio sempre nuovo») con i ventitrè romanzi e le raccolte di versi pubblieate, fa già parte dei classici della nostra letteratura, ma continua a trascorrere molte ore al giorno dietro la scrivania, nel piccolo studio che è tutto una geografia di carte e libri. E scrive ancora. Sempre a mano, sempre su fogli protocollo, sempre usando calamaio, penna a cannuccia d'argento e pennino marca «Perry 27», ormai introvabile: ma lui ne ha una scorta, d'antiquariato. «Vede?», dice mostrando uno dei suoi fogli manoscritti. «Ho una calligrafia che non è senile. Ma, sa, ai miei tempi, a scuola facevano fare degli esercizi. La calligrafia bisogna impararla, come tutte le cose». Fra queste pareti, mentre sua moglie, la signora Ada, rivolge a Riccardo Bacchelli sguardi cbe rivelano la dolcezza di un affetto che supera la polvere del tempo, sembra di respirare un'aria profumata di serenità. Come se i vetri delle finestre fossero il filtro di tutte le inquietudini, le violenze che agitano l'Italia di questi anni. Il filtro, non la corazza. Perché Riccardo Bacchelli non si è isolato. Vive nella realtà del 1979 come è stato testimone di tutti gli avvenimenti, gli sconvolgimenti, le trasformazioni politiche e sociali avvenuti da quel lontano 1891 in cui venne al mondo a Bologna. Testimone e anche protagonista, ma un po" appartato. Infatti ha sempre preferito rimanere defilato, osservare e intervenire nella realtà solo attraverso la riflessione. E a chi, di tanto in tanto, gliene fa una colpa continua a rispondere: «Sono uno scrittore, non un apostolo. Ognuno deve fare ciò che sa fare». Prudenza? Ma, forse, proprio la prudenza è talvolta un segno di saggezza. Un profondo senso religioso ha accompagnato per tutta la vita l'autore del «Mulino del Po»: oggi, a ottantotto anni, le sue convinzioni sono profonde. Ecco che cosa pensa del nostro destino di uomini, della giustizia e dei giovani. Il diciannove aprile ha compiuto ottantotto anni e Riccardo Bacchelli è sempre lì, voluminoso, i grandi occhi dietro le spesse lenti, la cravatta a farfalla, la voce profonda che conserva inflessioni bolognesi. Ormai è una vita che abita a Milano, ma l'Emilia ha lasciato un'impronta indelebile. Anche se gli anni frustrano il piacere per la buona tavola costringendolo a un a dieta rigorosa e non lo si vede più al volante della sua Mercedes o a fumare una sigaretta dopo l'altra: ora il medico gliene concede soltanto tre al giorno. Riccardo Bacchelli vive la sua «maturità» conservando tutta la simpatia di sempre. L'autore dii «Il mulino del Po» (la trilogia: «Dio ti salvi», «La miseria viene in barca», «Mondo vecchio sempre nuovo») con i ventitrè romanzi e le raccolte di versi pubblieate, fa già parte dei classici della nostra letteratura, ma continua a trascorrere molte ore al giorno dietro la scrivania, nel piccolo studio che è tutto una geografia di carte e libri. E scrive ancora. Sempre a mano, sempre su fogli protocollo, sempre usando calamaio, penna a cannuccia d'argento e pennino marca «Perry 27», ormai introvabile: ma lui ne ha una scorta, d'antiquariato. «Vede?», dice mostrando uno dei suoi fogli manoscritti. «Ho una calligrafia che non è senile. Ma, sa, ai miei tempi, a scuola facevano fare degli esercizi. La calligrafia bisogna impararla, come tutte le cose». Fra queste pareti, mentre sua moglie, la signora Ada, rivolge a Riccardo Bacchelli sguardi cbe rivelano la dolcezza di un affetto che supera la polvere del tempo, sembra di respirare un'aria profumata di serenità. Come se i vetri delle finestre fossero il filtro di tutte le inquietudini, le violenze che agitano l'Italia di questi anni. Il filtro, non la corazza. Perché Riccardo Bacchelli non si è isolato. Vive nella realtà del 1979 come è stato testimone di tutti gli avvenimenti, gli sconvolgimenti, le trasformazioni politiche e sociali avvenuti da quel lontano 1891 in cui venne al mondo a Bologna. Testimone e anche protagonista, ma un po" appartato. Infatti ha sempre preferito rimanere defilato, osservare e intervenire nella realtà solo attraverso la riflessione. E a chi, di tanto in tanto, gliene fa una colpa continua a rispondere: «Sono uno scrittore, non un apostolo. Ognuno deve fare ciò che sa fare». Prudenza? Ma, forse, proprio la prudenza è talvolta un segno di saggezza. Bacchelli, quando si raggiunge un'età rispettabile come la sua quali riflessioni si fanno? «Si sente l'età. Ora la sento come una cosa determinata: non so quando ma so che la mia vita terminerà. È una sensazione molto diversa da quella che provavo una volta... Vede, il pensiero della morte ha sempre fatto parte delle mie riflessioni più assidue però, da qualche tempo, il suo "tono" è diverso. È diventato più esatto, più preciso, più da orario ferroviario. Nell'orario c'e già scritto il treno che prenderemo e noi non sappiamo quale finché non lo sfogliamo». Ma che significa «sentire l'età?» «È provare un certo senso di abbandono non verso le persone ma gli oggetti, le abitudini e, quindi, anche le cognizioni, lo studio, le occupazioni perché si sente che avranno un termine. Senso di abbandono verso tutto fuori che, direi, due cose: il senso religioso della vita, per chi ce l'ha, e il senso del patetico, affettuoso e triste, con cui si pensa alla fine». Si prova anche una certa nostalgia? «No, forse la proverà chi non sente di aver vissuto pienamente. Io ho vissuto e lavorato pienissimamente. Non posso avere nostalgie. Forse un senso semmai di alta melanconia di angoscia esistenzialistica e religiosa. Per me Dio non è morto - come diceva Nietzsche - ma è più vivo che mai». Bacchelli, nella sua vita ci sono stati fatti, episodi che le hanno insegnato qualche verità? «Sa, io ho una capacità di osservazione e di riflessione intensa e continua. Per cui, tutta la mia vita è stata una riflessione... Mah, le potrei dire che un episodio è stata la guerra. L'aver voluto partecipare al primo conflitto mondiale proprio perché mi avevano scartato a causa di una flebite. Quindi, l'esserci andato di mia iniziativa per sete di questa esperienza, non per motivi politici, pattriottici, per quanto non sia fra quelli che prendono la patria sotto gamba... ». Quell'«avventura» che cosa le ha lasciato? «Mi ha dato una formidabile esperienza politica, umana, critica. Ma non posso dire che mi ha fatto sentire diverso. Anzi, ho avuto una conferma di convinzioni che avevo già». Quali convinzioni? «Che la storia non e né pessimista né ottimista, direi né umana né disumana. È l'assoluto, è la volonta di Dio manifesta. Perché la guerra è la prova di Dio. Chi vince non è per i suoi meriti ma perché gli è stato riconosciuto in altra sede. Non che lo meritasse perché di meriti al mondo non ce ne sono salvo quelli di Gesù Cristo. Come vede, io sono ortodosso come San Tommaso e ho un carattere individualista, nel bene e nel male, piuttosto accentuato». Ma lei, l'individualismo lo consiglierebbe agli altri? «Vede, la sagezza consiste proprio nel non consigliare niente a nessuno, ma nell'aiutare gli altri a conoscere se stessi. Socrate insegna che la saggezza è un donare libertà di giudizio a chiunque». Sulla base della sua esperienza, quali sono le virtù che veramente contano nella vita? «La temperanza che inseagna l'equilibrio a non eccedere, direi, nemmeno nel bene. Poi la forza d'animo, cioè tener fede a quello che si ritiene giusto e opporsi a un'ingiustizia, a una malvagità. Ma direi anche una cosa che può parere bizzarra: tutte le virtù insieme e nessuna per conto suo Sì, tutte insieme e ognuna che corregge e limita l'altra. Insisto a dire limita. Perché una sola virtù diventa sopraffattrice, una forma di tirannia, di arbitrio. Perché l'uomo troppo virtuoso, a parte che non esiste, non è un uomo nel senso pieno della parola. Non per niente per la teologia siamo figli di un peccato originale». Bacchelli, lei ha avuto vent'anni nel 1911; essere ventenni allora in che cosa era diverso rispetto a oggi? «Allora si aveva un grandissimo senso di indipendenza. Questo generalmente non si sa, si crede che sia l'inverso, forse perchè oggi la si proclama soltano... Ma noi l'avevamo: indipendenza di giudizio e, in una certa misura, anche di azione. Ed era un imperativo categorico della nostra esistenza... Chi poi aveva ingegno, talento, carattere per esercitarli li approfondiva raggiungendo molto spesso risultati superiori. Anche superando molti ostacoli. Mi sembra che oggi i giovani abbiano bisogno degli anziani più di una vota. Mi riferisco ai soldi. Oggi la situazione del giovane è piuttosto penosa, difficoltosa, tanto dal punto di vista normativo quanto da quello ecomico. Vede, trovo che una delle colpe peggiori sia adulare la gioventù ma ingiuriarla è altrettanto colpevole». Una società veramente giusta come dovrebbe essere? «Ma la giustizia non è di questo mondo. La vita non è giusta, la forza, la passione sono tutti elementi che non hanno nulla a che fare con la giustizia. Le leggi sono giuste? Sono una giustizia subordinata a certi fini sociali. È giusto che Dante sia nato grande poeta? Perché lui e non altri?». Quando ci si sente veramente in pace con se stessi? «Quando, come diceva Socrate, si obbedisce all'ingiunzione di quello che sarebbe più comodo non fare e compierlo, costi magari la cicuta un sacrificio anche estremo». Perché, in questi anni, si incontra sempre più spesso gente angosciata? «Perché lo dicono.Le angosce ci sono sempre state, a cominciare dall'eroe omerico Bellerofonte che gira solitario rodendosi il fegato senza nessuna ragione esterna. L'angoscia è sempre esistita soltanto che, un tempo, l'ideale dell'uomo era la forza d'animo e considerava una debolezza confessarla. E in termini più polemici direi che parlare d'angoscia, mostrarla, anche se è sincera, oggigiorno è vanità... E, poi, mi scusi, perché la gente non si rasserena, si fortifica guardando l'esempio di certi grandi del passato ? Mozart mi ha fatto capire come si sopporta gaiamente una vita molto travagliata e una morte penosissima. Beethoven lo stesso. E Leopardi, con quella sua disgrazia delle sciatte, avere la gobba, che gli nega la gioventù, ma gli fa nascere la sua poesia! Se penso ai grandi del secolo scorso quello che ha parlato più di tutti al mio cuore è stato Verga...». Lo ha conosciuto? «No. Rimandavo, rimandavo sempre quell'incontro...». Perché? «Non ho mai avuto la smania di conoscere personalmente le persone che stimavo. Perché non consistono nella loro persona ma in quello che hanno fatto, quello che si conosce. Quello che non si conosce non c'e». Ci si arricchisce di più stando soli piuttosto che con gli altri? «Unendo e opponendo le due cose... Ma pensi alla sublimità dell'anacoreta che andava nel deserto perché era solo con Dio! Vede, ci si arricchisce stando soli con chi si ama profondamente. Le voglio leggere una poesia che ho dedicato a mia moglie. Si intitola TEMPO UN LAMPO Tempo un lampo, avrei già detto addio
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